sabato 18 ottobre 2014
MATERA 2019: SGARBI APPROVA SENZA RISERVE
Anche Vittorio Sgarbi, che certo non si lascia sedurre dagli stimoli di un facile conformismo, condivide e sostiene la vittoria di Matera capitale europea della Cultura 2019.
Il critico d'arte è intervenuto alla trasmissione di Beppe Rovera, Ambiente Italia, in onda il sabato su Rai Tre affermando che le ragioni vere di questo traguardo consistono proprio nel passato della città dei Sassi, nei suoi sforzi per superare con la cultura il divario rispetto ad altre realtà, soprattutto del Centro Nord.
Ottima intuizione quella di mettere insieme i temi dell'ambiente, della cultura e dell'arte, fino al punto da agganciare il programma all'attualità delle ultime ore, vale a dire la vittoria di Matera che si trovava a competere con altre cinque città i cui curricula non sono certo da sottovalutare.
Ambiente Italia segue non da oggi le vicende di Matera e quelle di una Basilicata "laboratorio". Numerose le trasmissioni andate in onda su vari aspetti legati alla realtà lucana: storica quella che Rovera realizzò nei giorni di Scanzano, con la regia di Mia Santanera, proprio dalla città che era stata scelta come deposito nazionale delle scorie radioattive, in un clima a dir poco rovente, mentre infuriava la protesta per scongiurare appunto questo rischio. Era il mese di novembre del 2003.
Puntata difficile e problematica che si riuscì a mettere in piedi grazie alla capacità di mediazione e al senso di equilibrio che Ambiente Italia offrì alla piazza e all'intero Paese. Un esempio di vero pluralismo, con tutti gli sforzi per fornire un'immagine il più possibile completa della Basilicata, all'improvviso diventata il punto focale di un Sud alle prese con mille problemi, legati alle vicende dell'ambiente e non solo.
Oggi i tempi sono cambiati. La Basilicata di Scanzano ha "cambiato volto". La regione è diventata il maggior produttore di petrolio in terra ferma, a livello europeo, al punto da guadagnare una particolare attenzione dello stesso Presidente del Consiglio. E per fortuna ha raggiunto contestualmente il traguardo di essere la terra alla quale appartiene Matera, diventata Capitale europea della cultura 2019.
Una marcia in più da utilizzare al meglio.
venerdì 17 ottobre 2014
MATERA CAPITALE
Una esplosione di gioia ha accompagnato l'annuncio del Ministro Franceschini che ha proclamato ufficialmente Matera Capitale europea della Cultura per il 2019.
A gioire sono stati non solo i materani, non solo i lucani e non solo i cittadini dell'altra Basilicata che si trovano nel mondo, sparsi qua e lá, nei vari continenti. Ma tante e tante altre persone convinte che Matera metta insieme, non da oggi, storia e cultura, modernità e passato remoto unificando il tutto in una dimensione di città vera che si propone di diventare un modello efficace di vita. Accanto alle immagini del Cristo si è fermato a Eboli, Matera mostra oggi il volto del suo dinamismo, nella scienza, nella letteratura, nel costume. Ma anche e soprattutto nel turismo che rappresenta una ricchezza di straordinaria importanza con quel 15 - 20 per cento in più di visitatori italiani e stranieri, capace di stabilire un primato, anche in questo caso.
Matera diventa capitale della Cultura nel cinquantesimo del Vangelo secondo Matteo di Pasolini. Un film nato dalla convinzione del grande regista che una location del genere avesse in sè tutte le caratteristiche per presentarsi dignitosamente ad un pubblico vasto e complesso.
C'è poi da riflettere sul titolo attribuito di capitale europea della Cultura. Che cosa è la cultura se non un modo di proporsi, di proporre un diverso protagonismo ad un Paese con l'economia, oggi, non in grado di dare risposte positive ai problemi più urgenti. Bene, in tutto questo scenario la città dei Sassi si afferma come capace di stabilire un primato. Ma è la Basilicata tutta a stabilire un primato, ufficialmente riconosciutole, a livello internazionale.
Ecco il valore del risultato ottenuto, davanti al quale si commuove il Sindaco Adduce. Esulta con enorme soddisfazione anche il governatore Marcello Pittella, al quale va dato atto di avere creduto fortemente nelle possibilità di successo e di avere lavorato con determinazione per fare intendere ai lucani tutti, nessuno escluso, che la vittoria non sarebbe mancata, ma non certo per una semplice ragione di fortuna, quanto per la qualità dell'impegno profuso da intere generazioni.
Siamo dunque ad una svolta? Fuori dubbio. Si tratta di farlo capire, d'ora in avanti, a chi ha sottovalutato puntualmente questa realtà al punto da immaginare di poter spaccare in due una regione e annetterla un pezzo alla Puglia, un altro pezzo alla Campania.
La Basilicata, terra di Orazio, non potrà essere merce di scambio, oggetto di spartizioni. Mercificazione dei suoi cervelli. E meno che mai pattumiera d'Italia. Ora c'è una ragione in più per combattere a testa alta.
giovedì 16 ottobre 2014
SUD E PARCHI: CHE FARE?
Intervista all'on. Ermete Realacci, presidente della Commissione ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera
On. Ermete Realacci
La fragilità dell'ambiente s'impone oggi come il problema dei problemi. Più di un'emergenza a causa delle tante disattenzioni, dei ritardi inammissibili e di una burocrazia lenta e inefficiente che in Italia continua a creare danni incalcolabili. Intervenire sul territorio, a fin di bene, comporta lungaggini inaudite e rispetto di tempi tecnici ben oltre i limiti di qualunque ragionevolezza. Se non l'impossibilità, a volte, di porre mano a progetti di risanamento ambientale di ampio espiro.
Sicchè i parchi e le aree protette, alla luce di quanto sta accadendo a Genova ma non solo, rappresentano un elemento di difesa e di rilancio di zone ben custodite, con prerogative conservate bene e con la capacità di offrire un patrimonio di inestimabile valore al turista o anche alle famiglie interessate a vivere momenti diversi dal caos del traffico e dai rumori delle città.
I parchi sono dunque il fiore all'occhiello di una cultura ambientalista non certamente superflua e meno che mai figlia di un fanatismo inspiegabile e dannoso. Rappresentano piuttosto il frutto di una sensibilità strappata al nostro tempo dalla corsa ai consumi e dal petrolio, una ricchezza sotto il profilo economico ma un danno enorme sotto altri aspetti.
Per giunta in Italia il più giovane dei parchi nazionali, l'Appennino lucano Val d'Agri lagonegrese, in Basilicata, si trova a fare i conti con il giacimento di petrolio più grande in Europa, tra quelli in terra ferma. Milioni di barili di greggio finora estratti dal sottosuolo lucano, con miliardi di profitti per le compagnie, e migliaia di tonnellate di reflui, prodotti dalle estrazioni, che non si sa come e dove collocare. Un problema enorme di cui purtroppo non si discute nemmeno.
L'on. Ermete Realacci, oggi presidente della Commissione ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera, è figura storica nel campo ambientalista. Ha accettato di rispondere ad alcune mie domande sul tema "Sud e Parchi, che fare?" L'intervista che segue è un utile contributo al dibattito in corso e per questo sinceramente lo ringrazio.
"A guardare bene i dati del recente rapporto ‘L’Economia reale dei Parchi’ elaborato da Unioncamere per il ministero dell’Ambiente, i parchi meridionali oltre ad essere i più giovani dal puto di vista della popolazione residente, sono anche quelli che vantano la maggiore incidenza di imprese giovanili. Basti vedere i casi dei parchi dell’Aspromonte, della Sila e del Vesuvio. E sempre al sud i Parchi hanno anche una buona presenza di imprese femminili. Anche dal punto di vista delle notti trascorse nei Parchi nazionali le nostre aree protette del meridione non hanno nulla da invidiare alle aree protette del nord, i primi due parchi in questa classifica sono infatti il Gargano e il Cilento. Se si va poi a vedere i dati dell’economia reale, le variazioni più positive tra 2011 e 2013 le hanno avute il Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, il Parco dell’Aspromonte e quello del Pollino. E nel settore delle Aree Marine Protette quelle con maggiore incidenza nell’economia del mare sono le Tremiti, le Pelagie e le Egadi. Tutte al sud insomma. Dove i parchi del meridione sembrano essere più deboli è nell’offerta di un sistema di servizi, un’offerta di territorio più organizzata, articola ed evoluta, capace di intercettare la disponibilità all’acquisto di beni e servizi di qualità da parte dei visitatori. Organizzare un sistema di servizi di questa natura non significa forzare il turismo e aumentarne l’impatto ambientale, ma farlo meglio e con maggiore attenzione alla qualità e alla conservazione del patrimonio di biodiversità, paesaggio e cultura del territorio. Anche per i parchi si ripropone la scommessa che in generale riguarda lo straordinario patrimonio storico, archeologico e culturale del Paese. Ossia individuare nuove forme e nuovi modi di educazione e intrattenimento capaci di raggiungere un pubblico il più ampio possibile, aprendosi di più al rapporto con le industrie creative e alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie, dalla realtà virtuale e aumentata."
D - Si continua a parlare di una possibile revisione, di un adeguamento della legge quadro, la 394. Qual è il Suo punto di vista?
Innanzitutto va detto che la 394 è stata una buona legge. La prova è nei fatti: in poco di vent’anni siamo diventati il primo paese in Europa per numero ed estensione dei Parchi e forme di tutela della biodiversità, tanto che il nostro sistema delle aree naturali protette, nonostante i suoi punti di fragilità, è apprezzato a livello internazionale. Prova ne sia anche il fatto che diversi comuni nelle varie realtà del Paese chiedono di entrare nei Parchi, che anche dove l’effetto di ‘traino’ del parco sul resto dell’economia è stato minore ha rappresentato comunque un vantaggio per il territorio. Per questo penso che il tagliando che si vuole fare alla legge 394 debba rafforzare lo spirito originario e l’impianto complessivo della legge, mantenendo i due assi fondamentali: l’autonomia degli Ente Parco e il sistema nazionale delle Aree protette.
D - Nel parco dell'Appennino c'è il problema del petrolio, che non è certo poca cosa.
"Il petrolio è oggi un problema di controlli da un lato e di utilizzo intelligente delle royalties dall’altro. La cosa importante è che si attivi al più presto un sistema di controllo e monitoraggio ambientale che verifichi le attività di ricerca ed estrazione petrolifera, nell’interesse delle istituzioni e delle comunità locali, ma anche nell’interesse delle stesse compagnie petrolifere. Non solo per garantire la tutela della salute e dell’ambiente, ma anche per dimostrare che la Val d’Agri è un territorio di straordinarie ricchezze naturali e culturali. È proprio grazie alla presenza del Parco che in Val d’Agri sono state sventate azzardate ipotesi di distretti della plastica che avrebbero snaturato la Valle."
On. Ermete Realacci
La fragilità dell'ambiente s'impone oggi come il problema dei problemi. Più di un'emergenza a causa delle tante disattenzioni, dei ritardi inammissibili e di una burocrazia lenta e inefficiente che in Italia continua a creare danni incalcolabili. Intervenire sul territorio, a fin di bene, comporta lungaggini inaudite e rispetto di tempi tecnici ben oltre i limiti di qualunque ragionevolezza. Se non l'impossibilità, a volte, di porre mano a progetti di risanamento ambientale di ampio espiro.
Sicchè i parchi e le aree protette, alla luce di quanto sta accadendo a Genova ma non solo, rappresentano un elemento di difesa e di rilancio di zone ben custodite, con prerogative conservate bene e con la capacità di offrire un patrimonio di inestimabile valore al turista o anche alle famiglie interessate a vivere momenti diversi dal caos del traffico e dai rumori delle città.
I parchi sono dunque il fiore all'occhiello di una cultura ambientalista non certamente superflua e meno che mai figlia di un fanatismo inspiegabile e dannoso. Rappresentano piuttosto il frutto di una sensibilità strappata al nostro tempo dalla corsa ai consumi e dal petrolio, una ricchezza sotto il profilo economico ma un danno enorme sotto altri aspetti.
Per giunta in Italia il più giovane dei parchi nazionali, l'Appennino lucano Val d'Agri lagonegrese, in Basilicata, si trova a fare i conti con il giacimento di petrolio più grande in Europa, tra quelli in terra ferma. Milioni di barili di greggio finora estratti dal sottosuolo lucano, con miliardi di profitti per le compagnie, e migliaia di tonnellate di reflui, prodotti dalle estrazioni, che non si sa come e dove collocare. Un problema enorme di cui purtroppo non si discute nemmeno.
L'on. Ermete Realacci, oggi presidente della Commissione ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera, è figura storica nel campo ambientalista. Ha accettato di rispondere ad alcune mie domande sul tema "Sud e Parchi, che fare?" L'intervista che segue è un utile contributo al dibattito in corso e per questo sinceramente lo ringrazio.
"A guardare bene i dati del recente rapporto ‘L’Economia reale dei Parchi’ elaborato da Unioncamere per il ministero dell’Ambiente, i parchi meridionali oltre ad essere i più giovani dal puto di vista della popolazione residente, sono anche quelli che vantano la maggiore incidenza di imprese giovanili. Basti vedere i casi dei parchi dell’Aspromonte, della Sila e del Vesuvio. E sempre al sud i Parchi hanno anche una buona presenza di imprese femminili. Anche dal punto di vista delle notti trascorse nei Parchi nazionali le nostre aree protette del meridione non hanno nulla da invidiare alle aree protette del nord, i primi due parchi in questa classifica sono infatti il Gargano e il Cilento. Se si va poi a vedere i dati dell’economia reale, le variazioni più positive tra 2011 e 2013 le hanno avute il Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, il Parco dell’Aspromonte e quello del Pollino. E nel settore delle Aree Marine Protette quelle con maggiore incidenza nell’economia del mare sono le Tremiti, le Pelagie e le Egadi. Tutte al sud insomma. Dove i parchi del meridione sembrano essere più deboli è nell’offerta di un sistema di servizi, un’offerta di territorio più organizzata, articola ed evoluta, capace di intercettare la disponibilità all’acquisto di beni e servizi di qualità da parte dei visitatori. Organizzare un sistema di servizi di questa natura non significa forzare il turismo e aumentarne l’impatto ambientale, ma farlo meglio e con maggiore attenzione alla qualità e alla conservazione del patrimonio di biodiversità, paesaggio e cultura del territorio. Anche per i parchi si ripropone la scommessa che in generale riguarda lo straordinario patrimonio storico, archeologico e culturale del Paese. Ossia individuare nuove forme e nuovi modi di educazione e intrattenimento capaci di raggiungere un pubblico il più ampio possibile, aprendosi di più al rapporto con le industrie creative e alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie, dalla realtà virtuale e aumentata."
D - Si continua a parlare di una possibile revisione, di un adeguamento della legge quadro, la 394. Qual è il Suo punto di vista?
Innanzitutto va detto che la 394 è stata una buona legge. La prova è nei fatti: in poco di vent’anni siamo diventati il primo paese in Europa per numero ed estensione dei Parchi e forme di tutela della biodiversità, tanto che il nostro sistema delle aree naturali protette, nonostante i suoi punti di fragilità, è apprezzato a livello internazionale. Prova ne sia anche il fatto che diversi comuni nelle varie realtà del Paese chiedono di entrare nei Parchi, che anche dove l’effetto di ‘traino’ del parco sul resto dell’economia è stato minore ha rappresentato comunque un vantaggio per il territorio. Per questo penso che il tagliando che si vuole fare alla legge 394 debba rafforzare lo spirito originario e l’impianto complessivo della legge, mantenendo i due assi fondamentali: l’autonomia degli Ente Parco e il sistema nazionale delle Aree protette.
D - Nel parco dell'Appennino c'è il problema del petrolio, che non è certo poca cosa.
"Il petrolio è oggi un problema di controlli da un lato e di utilizzo intelligente delle royalties dall’altro. La cosa importante è che si attivi al più presto un sistema di controllo e monitoraggio ambientale che verifichi le attività di ricerca ed estrazione petrolifera, nell’interesse delle istituzioni e delle comunità locali, ma anche nell’interesse delle stesse compagnie petrolifere. Non solo per garantire la tutela della salute e dell’ambiente, ma anche per dimostrare che la Val d’Agri è un territorio di straordinarie ricchezze naturali e culturali. È proprio grazie alla presenza del Parco che in Val d’Agri sono state sventate azzardate ipotesi di distretti della plastica che avrebbero snaturato la Valle."
martedì 14 ottobre 2014
PETROLIO, ROYALTIES E ALTRO
intervista al Governatore Marcello Pittella
Marcello Pittella (foto R.De Rosa)
Cresce l'attesa delle popolazioni della Val d'Agri per quanto riguarda la sicurezza del Centro Olio di Viggiano, e anche in relazione ai temi collegati al petrolio e alle royalties. Materia complessa e difficile da dipanare, in cui confluiscono le decisioni del Governo e il ruolo della Basilicata in una dinamica di rapporti fra le istituzioni locali e nazionali. In definitiva una posta in gioco difficile, un banco di priva decisivo.
Per di più in questi giorni è stato diffuso un documento, del Dipartimento per l'energia del Ministero per lo Sviluppo economico, a firma dell'Ing. Arnaldo Vioto, responsabile del settore, in cui si chiede tra l'altro a ENI di predisporre "uno studio tecnico progettuale da trasmettere al Ministero che esamini la fenomenologia registrata negli ultimi eventi in oggetto ed indichi gli interventi per minimizzare la probabilità del verificarsi di circostanze similari..."
Lo studio dovrà essere pronto nell'arco di centoventi giorni. La nota si riferisce agli eventi accaduti nell'arco di tempo tra l'uno e l'otto settembre scorsi, quando ci fu un eccesso di fiamma dal camino del Centro Olio e si verificarono altri fenomeni che hanno diffuso inevitabilmente preoccupazione tra gli abitanti dell'area.
Tra le numerose prescrizioni del Ministero a ENI figura, inoltre, la richiesta di precise garanzie in relazione agli addetti all'impianto. Si chiede in particolare di trasmettere i "curricula vitae" dei sorveglianti capi turno, del capo impianto, del responsabile di produzione, del responsabile di manutenzione, dell'addetto alla gestione delle apparecchiature ed installazioni elettriche e del responsabile del servizio sicurezza e prevenzione." Prescrizioni davvero senza precedenti, Ciò evidentemente perché ci siano garanzie nella gestione del Centro, in concomitanza con l'ampliamento dello stesso e con l'aumento delle estrazioni di greggio dal sottosuolo lucano, auspicato anche dallo stesso Presidente del Consiglio, infastidito dai veti dei "comitatini" lucani e dalla indisponibilità della regione a trasformarsi nella terra delle trivelle, da disseminare ovunque, praticamente. In terra ferma e in mare senza alcun limite.
Su questo tema il Presidente Marcello Pittella non sembra intenzionato a transigere. Meno che mai a cedere difronte a richieste sproporzionate da parte delle compagnie, a danno del territorio e della salute degli abitanti.
"Al momento siamo in attesa che in Commissione, alla Camera, si discutano gli emendamenti che abbiamo proposto, di concerto con la delegazione parlamentare lucana, a partire dal bonus carburante, all'espungimento dal Patto di stabilità delle royalties del petrolio, con riferimento all'articolo 16 e all'inclusione sociale.
Stiamo seguendo sia direttamente che a distanza il lavoro che Realacci e Braia stanno portando avanti in commissione e siamo in trepida attesa confidando non solo nell'ottenimento dei risultati auspicati perché consapevoli dell'importanza di una traguardo del genere. Del resto se vogliamo dare corso a un minimo di reddito di inserimento per i cassintegrati e per la mobilità in deroga, che non esiste più, abbiamo bisogno di recuperare le risorse necessarie."
D - Presidente Pittella, diciamolo francamente. Oggi la posizione di Renzi qual è.
"Non direttamente ma indirettamente di grande apertura nei confronti della Basilicata. Per cui nel combinato che c'è tra legge di Stabilità nazionale e Sblocca Italia noi potremo trovare la soluzione ai problemi posti."
D - Quindi un momento di attesa, una fase interlocutoria, da vivere con una briciola di ottimismo che forse non guasta. Sottolineo forse.
"Siamo in un momento di attesa, ovviamente molto vigile. La partita è di quelle molto decisive per le sorti della Basilicata e per le prerogative della stessa regione, rispetto a una materia importante come quella delle estrazioni di petrolio."
lunedì 13 ottobre 2014
LA LEZIONE DEGLI "ANGELI DEL FANGO"
Un disastro di proporzioni immani. Solo così è possibile definire l'alluvione che ha colpito Genova da giorni e che ora interessa altre aree del Nord, anzitutto il Piemonte.
Renzi stanzia due miliardi, con il rischio che possano rivelarsi insufficienti per correre ai ripari in un momento difficile e forse drammatico con la gente invasa dal fango nella impossibilità di vivere e di portare avanti le proprie attività. Insomma, di lavorare.
A questo punto crolla il sistema di salvaguardia del territorio, ammesso che sia mai esistito in termini di prevenzione e di responsabilità da parte del livello governativo e ministeriale. Sicchè appare finanche inutile e fuori luogo, paradossalmente, che il sindaco di Genova debba rassegnare le dimissioni. Per raggiungere quale obiettivo? Quello di un improbabile confronto con il Governo che si troverebbe impossibilitato al momento a dare risposte che dovevano essere date nel corso degli anni. Si può dire dall'alluvione di Firenze del 1966 ad oggi, senza considerare Sarno e altro ancora.
C'è di mezzo la dignità di un Paese civile e la coerenza di un'intera classe dirigente: la politica non può mancare di confrontarsi con questi obiettivi, pena un inarrestabile crollo con tutte le conseguenze possibili.
Grillo sarà con i suoi martedì in città per aiutare i genovesi a spalare "la merda" come lui stesso annuncia con le solite espressioni dei cinque stelle introdotte finanche nel linguaggio parlamentare. Diventate insomma una consuetudine, amara, disgustosa finché si vuole, ma una consuetudine vera e concreta. Oltretutto non vedo quali alternative il sistema assicura per bloccare la deriva del Paese e introdurre civiltà e rispetto per gli altri in un momento in cui volgarità ed espressioni triviali si accompagnano bene a una crisi altrettanto rozza e indomabile.
C'è da affrontare non solo un problema riguardante l'assetto idrogeologico del territorio, quanto questioni etiche e comportamentali. Forse c'è da rivedere tutto l'apparato politico istituzionale, il suo modo di intendere il rapporto con i cittadini e la vita di un intero paese che avanza nel buio.
Non è esagerato dire che l'unica, vera certezza è l'infinita solidarietà della gente, quella solidarietà accompagnata dal sacrificio di tanti giovani definiti angeli del fango. Non poteva esserci, del resto, definizione migliore in omaggio alla dignità e all'impegno morale di questi angeli custodi, buttati nel fango dalle mille emergenze legate a un disastro naturale di dimensioni inaudite. Di cui forse non ci si rende ancora conto.
Uno schiaffo per la politica dovere soltanto immaginare che per compostezza e impegno questi giovani danno una lezione di civiltà al Paese, ormai non più sull'orlo del burrone. Ma finito nel precipizio.
sabato 11 ottobre 2014
GENOVA, SE MATTEO RENZI CI PENSASSE UNA NOTTE
"Genova resiste", ma per quanto tempo ancora? L'alluvione che si è abbattuta sul capoluogo ligure è una sciagura che chiama in causa non solo le responsabilità locali, ma l'assenza di politiche a livello nazionale, la mancanza di una sensibilità vera da parte di chi decide il futuro del territorio, della sua economia e dei suoi abitanti.
Possibile che una città possa vivere costantemente sotto l'incubo di allagamenti, frane e smottamenti non appena l'autunno si affaccia con le piogge inevitabili, anzi più volte auspicate per regolarizzare il ciclo della natura in seguito al protrarsi di lunghi periodi siccità. Si, purtroppo è possibile. E ciò accade da almeno quarant'anni. Una vergogna. Anzi la dimostrazione di come si possa giocare sulla pelle degli abitanti, senza curarsi di nulla.
L'abbandono dell'ambiente è una costante che accomuna il Nord e il Sud. Basti pensare a Sarno, alla Calabria, al Metapontino, per quanto in quest'ultimo caso i danni non siano paragonabili a quelli subiti da aree urbane importanti del Centro Nord con distruzioni e morti in numero allarmante.
Si fa presto, in situazioni del genere, a dare la colpa alle previsioni del tempo, alla Protezione civile incauta e imprevidente, alle solite Arpa gestite politicamente dalle regioni e tenute di conseguenza al guinzaglio, senza una briciola di autonomia professionale nè di libertà di movimento. Accuse vere soltanto in parte, molto spesso.
Chi ha mai pensato, in questo orribile frangente in cui la forza distruttrice dell'acqua si è scatenata senza limiti su strade e quartieri di Genova, a chiamare in causa il comune, i comuni per le loro responsabilità dirette nella gestione del territorio? Chi ha mai sollecitato una forma di coordinamento, a livello centrale, delle attività per la salvaguardia delle aree più fragili? Chi mai ha invocato una effettiva politica di rigore per il rispetto degli equilibri ambientali, delle località esposte al rischio idrogeologico? Ma non solo sul piano meramente delle enunciazioni di principio, quanto in concreto.
Tutti interrogativi senza risposta. Genova insegna, purtroppo, ma non solo Genova. Altre città, altri capoluoghi, altri paesini a loro volta non smettono di insegnare. Ma finora questi moniti o, se preferite, queste drammatiche lezioni, non sono serviti a nulla.
C'è un dato che sfugge, ed è francamente un male. Subito dopo il rovinoso terremoto dell'Irpinia e della Basilicata, del 23 novembre 1980, il mondo della scienza, dell'ingegneria civile e della stessa politica lanciò l'obiettivo del consolidamento inevitabile di interi abitati sia contro il pericolo sismico, sia contro quello di smottamenti in caso di forti piogge e di temporali persistenti.
Questo proclama è rimasto sulla carta nonostante l'Universitá di Portici (Napoli) abbia realizzato una mappa degli interventi da porre in essere e delle priorità da attribuire e far rispettare senza mezzi termini. Del resto quale consolidamento si può mai attuare se si continua a far costruire in prossimità di fiumi e torrenti, in zone strutturalmente deboli, se ci si dimentica delle manutenzioni di corsi d'acqua, piccoli o grandi che siano.
Un'ultima considerazione va fatta: non siamo ai tempi di Giustino Fortunato che definiva la Basilicata la terra dello "sfasciume idrogeologico". Oggi sono stati fatti passi da gigante. Le università sono piene di cervelloni da premio Nobel nelle varie discipline idrauliche, eppure siamo al paradosso dei paradossi che delle piogge autunnali, per quanto intense, si trasformano in una sciagura per l'ambiente e per chi lo abita. In una occasione di morte e in un disastro per l'economia di intere aree invase dall'acqua.
Dove sono gli scienziati, i consulenti dei comuni super pagati con tanto di titolo di Prof. da esibire a garanzia dei loro interventi? Dove sono i tecnici del Genio civile che hanno sempre avuto grande capacità di affrontare i nodi di vaste aree divenute fonte di paura e causa di drammi non appena il cielo si copre di nuvoloni neri?
Queste sono le riforme da fare nel Paese alla deriva. Se Matteo Renzi ci pensasse su una notte forse non insisterebbe sull'art. 18 ma su ben altro.
giovedì 9 ottobre 2014
OSPEDALE DI VILLA D'AGRI: VERSO UN RADICALE RINNOVAMENTO
Intervista a Claudio Cantiani, sindaco di Marsicovetere
Non più un ospedale di zona, con i vari reparti. Con le strutture da cambiare e da migliorare inevitabilmente. Ma un centro di alta qualificazione con riferimenti alle aree in cui i problemi dell'ambiente fanno avvertire il loro peso sulla salute.
Del resto una scelta del genere è decisamente in linea con il ruolo di Villa d'Agri, ormai realtà evoluta e non semplicemente un paesino con quell'idea del piccolo è bello assolutamente improduttiva. Ma un centro con una evoluzione del suo stesso tenore di vita, avvenuta progressivamente nel corso degli anni.
La riqualificazione dell'ospedale è stata al centro di un affollato dibattito con il governatore della Basilicata, Marcello Pittella, con la partecipazione di amministratori e di numerosi medici, e di un pubblico particolarmente attento. Dibattito iniziato ormai da tempo, va detto. Da anni addirittura.
Riqualificare. Anzi orientare il nosocomio nella direzione della ricerca e in una dimensione ben più ampia di quella attuale: ecco la sfida. Si, una vera e propria sfida, in senso positivo, come la considera il sindaco Claudio Cantiani.
"La delibera regionale che individua l'Ospedale di Villa d'Agri come centro regionale per le patologie ambientali - sostiene Cantiani - rappresenta un grosso investimento sulla nostra realtà ospedaliera. Il nostro nosocomio esce da quella visione localistica per diventare centro di riferimento regionale per le patologie ambientali. Terminale di risorse e investimenti regionali, per una regione dove le criticità ambientali stanno diventando una vera e propria emergenza.Vista anche la grande attenzione che il mondo scientifico dedica ai problemi ambientali e alla salute , la regione con questo atto fa un passo importante e mostra grande sensibilità verso le tematiche ambientali e le varie criticità."
D- La posta in gioco non è piccola nè insignificante. Si parla di un coinvolgimento del CNR. Ma in che termini?
"Localizzare la sede del CNR di Pisa presso l'Ospedale: il protocollo d'intesa ed il relativo progetto di sviluppo è in fase avanzata di realizzazione. Ciò rappresenta per l'area un risultato da non sottovalutare, segno che si inizia ad investire in ricerca e farlo qui in val d'Agri è un segnale non da poco."
D - In certo senso si fa strada l'idea che l'ospedale tradizionale possa essere totalmente sostituito da una struttura d'eccellenza. Nuova e diversa. Il nuovo che avanza, in genere, incute paura? Almeno frequentemente.
"Bisogna intendersi. Si tratta di innovare nel senso di migliorare assolutamente l'esistente. L'obiettivo è di mantenere e migliorare gli attuali standard. La Risonanza Magnetica va ad arricchire e completare una diagnostica già importante, la ginecologia e urologia oncologica, la riabilitazione del pavimento pelvico vanno a dare una specificità al reparto di ginecologia che con la perdita del punto nascite veniva ridimensionata, creare la immunologia clinica con il relativo potenziamento del laboratorio di analisi va ad arricchire ed aumentare l'offerta sanitaria dell'ospedale. Tutto questo unito all' impegno di risolvere i problemi della carenza di personale e all'ammodernamento tecnologico, va nella direzione di potenziare e migliorare la struttura .
E' chiaro che un ruolo essenziale spetta al personale tutto dell'ospedale, senza il quale tutto ciò non sarebbe possibile. Di qui deriva la condivisione del progetto stesso."
Non più un ospedale di zona, con i vari reparti. Con le strutture da cambiare e da migliorare inevitabilmente. Ma un centro di alta qualificazione con riferimenti alle aree in cui i problemi dell'ambiente fanno avvertire il loro peso sulla salute.
Del resto una scelta del genere è decisamente in linea con il ruolo di Villa d'Agri, ormai realtà evoluta e non semplicemente un paesino con quell'idea del piccolo è bello assolutamente improduttiva. Ma un centro con una evoluzione del suo stesso tenore di vita, avvenuta progressivamente nel corso degli anni.
La riqualificazione dell'ospedale è stata al centro di un affollato dibattito con il governatore della Basilicata, Marcello Pittella, con la partecipazione di amministratori e di numerosi medici, e di un pubblico particolarmente attento. Dibattito iniziato ormai da tempo, va detto. Da anni addirittura.
Riqualificare. Anzi orientare il nosocomio nella direzione della ricerca e in una dimensione ben più ampia di quella attuale: ecco la sfida. Si, una vera e propria sfida, in senso positivo, come la considera il sindaco Claudio Cantiani.
"La delibera regionale che individua l'Ospedale di Villa d'Agri come centro regionale per le patologie ambientali - sostiene Cantiani - rappresenta un grosso investimento sulla nostra realtà ospedaliera. Il nostro nosocomio esce da quella visione localistica per diventare centro di riferimento regionale per le patologie ambientali. Terminale di risorse e investimenti regionali, per una regione dove le criticità ambientali stanno diventando una vera e propria emergenza.Vista anche la grande attenzione che il mondo scientifico dedica ai problemi ambientali e alla salute , la regione con questo atto fa un passo importante e mostra grande sensibilità verso le tematiche ambientali e le varie criticità."
D- La posta in gioco non è piccola nè insignificante. Si parla di un coinvolgimento del CNR. Ma in che termini?
"Localizzare la sede del CNR di Pisa presso l'Ospedale: il protocollo d'intesa ed il relativo progetto di sviluppo è in fase avanzata di realizzazione. Ciò rappresenta per l'area un risultato da non sottovalutare, segno che si inizia ad investire in ricerca e farlo qui in val d'Agri è un segnale non da poco."
D - In certo senso si fa strada l'idea che l'ospedale tradizionale possa essere totalmente sostituito da una struttura d'eccellenza. Nuova e diversa. Il nuovo che avanza, in genere, incute paura? Almeno frequentemente.
"Bisogna intendersi. Si tratta di innovare nel senso di migliorare assolutamente l'esistente. L'obiettivo è di mantenere e migliorare gli attuali standard. La Risonanza Magnetica va ad arricchire e completare una diagnostica già importante, la ginecologia e urologia oncologica, la riabilitazione del pavimento pelvico vanno a dare una specificità al reparto di ginecologia che con la perdita del punto nascite veniva ridimensionata, creare la immunologia clinica con il relativo potenziamento del laboratorio di analisi va ad arricchire ed aumentare l'offerta sanitaria dell'ospedale. Tutto questo unito all' impegno di risolvere i problemi della carenza di personale e all'ammodernamento tecnologico, va nella direzione di potenziare e migliorare la struttura .
E' chiaro che un ruolo essenziale spetta al personale tutto dell'ospedale, senza il quale tutto ciò non sarebbe possibile. Di qui deriva la condivisione del progetto stesso."
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